Liutprandus Cremonensis episcopus - n. 9 | TE.TRA.
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Liutprandus Cremonensis episcopus

(n. 920 ca., m. 970/972)

 

Premessa volume 1 anno 2004 pp. 268 / Chiesa, Paolo

versione digitale di Liutprandus Cremonensis ep. ideazione Lucia Castaldi elaborazione Luisa Fizzarotti informatizzazione Matteo Salvestrini acquisizione fondi di Lucia Castaldi SISMEL Firenze direzione del progetto Lucia Castaldi supervisione Lucia Castaldi impostazione metodologica Lucia Castaldi Luisa Fizzarotti visualizzazione Matteo Salvestrini Università degli Studi di Udine SISMEL. Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino Saggio p. 268 SISMEL Chiesa, Paolo SISMEL. Edizioni del Galluzzo Firenze 2004 Information about the source PREMESSA Le modalità con cui le opere di Liutprando di Cremona sono giunte fino a noi appaiono quanto mai varie: l’Antapodosis e l’Historia Ottonis presentano una tradizione sufficientemente ampia e le due opere circolano unite, mentre la conservazione dell’Homelia e della Legatio è affidata in entrambi i casi ad un solo testimone isolato. Le edizioni di riferimento sono quelle di Josef Becker1, che non comprende l’Homelia, scoperta solo in seguito da Bernhard Bischoff e da lui per la prima volta pubblicata2, e Paolo Chiesa3; ciascuno dei due editori ha pubblicato anche uno studio specifico sulla tradizione manoscritta4. Le sigle che saranno qui impiegate sono quelle che figurano nell’edizione più recente.

Notes

  1. Liudprandi Opera, Hannover-Leipzig 1915 (MGH, SS RR Germ).
  2. B. Bischoff, Eine Osterpredigt Liudprands von Cremona (um 960), in Id., Anecdota novissima, Stuttgart 1984, pp. 20-34.
  3. Liudprandi Cremonensis Opera omnia, Turnhout 1998 (CCCM 156).
  4. J. Becker, Textgeschichte Liudprands von Cremona, München 1908 (Quellen und Untersuchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters III, 2); P. Chiesa, Per una storia del testo delle opere di Liutprando di Cremona nel medioevo, «Filologia Mediolatina» 2 (1995), pp. 165-191.

 

volume 1 anno 2004 pp. 269-74 / Chiesa, Paolo

versione digitale dell'Antapodosis ideazione Lucia Castaldi elaborazione Luisa Fizzarotti informatizzazione Matteo Salvestrini acquisizione fondi di Lucia Castaldi SISMEL Firenze direzione del progetto Lucia Castaldi supervisione Lucia Castaldi impostazione metodologica Lucia Castaldi Luisa Fizzarotti visualizzazione Matteo Salvestrini Università degli Studi di Udine SISMEL. Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino Saggio pp. 269-74 SISMEL Paolo Chiesa SISMEL. Edizioni del Galluzzo Firenze 2004 archetypum x (redazione I) antecedente di β e H β https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-2688-manuscript/8640London, British Library, Harley 2688 redazione più recente https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388 https://www.mirabileweb.it/manuscript/bruxelles-kbr-(olim-bibliothèque-royale-albert-ier-manuscript/135725Bruxelles, KBR (olim Bibliothèque Royale «Albert Ier») 9904 (3094) https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-ashburnham--manuscript/9651Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnham 59 https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-3685-manuscript/4441London, British Library, Harley 3685 forma in cui Antapodosis e Historia Ottonis ebbero maggiore diffusione, conservata in 7 manoscritti e nell’editio princeps archetypum antecedente di β e H β https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-2688-manuscript/8640London, British Library, Harley 2688 redazione più recente https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388, con correzioni dei primi copisti https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388, con correzioni e aggiunte dell'autore https://www.mirabileweb.it/manuscript/bruxelles-kbr-(olim-bibliothèque-royale-albert-ier-manuscript/135725Bruxelles, KBR (olim Bibliothèque Royale «Albert Ier») 9904 (3094) https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-ashburnham--manuscript/9651Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnham 59 forma in cui Antapodosis e Historia Ottonis ebbero maggior diffusione, conservata in 7 manoscritti e nell'editio princeps https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-3685-manuscript/4441London, British Library, Harley 3685 ANTAPODOSIS Paolo Chiesa Dell’Historia Ottonis si conoscono 9 manoscritti dal X al XVI secolo, tutti comprendenti anche l’Antapodosis; della sola Antapodosis, inoltre, esistono altri 7 manoscritti e tre fra escerti e frammenti. Le due opere sono unite anche nell’editio princeps (di Jean Petit, Parigi 1514) e in tutte le edizioni successive. L’unione fisica fra le due opere sembra essere avvenuta nel più antico dei testimoni conservati, il manoscritto Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388 (F; sec. X). Questo codice comprendeva in origine la sola Antapodosis, trascritta da un gruppo di copisti italiani e riveduta, con correzioni e integrazioni anche ampie e profonde, da un supervisore che si direbbe anch’esso italiano. A questo manoscritto originario venne aggiunta all’inizio, questa volta da mano tedesca, l’Historia Ottonis, utilizzando alcuni fogli indipendenti, ma anche la prima pagina del codice dell’Antapodosis, che era stata lasciata in bianco come guardia o frontespizio; l’operazione avvenne materialmente nella seconda metà del X sec. a Frisinga, perché la mano che ha copiato l’Historia Ottonis ricompare in altri codici esemplati in questo centro all’epoca del vescovo Abramo; a Frisinga risulta poi essere sempre stato conservato il codice fino al suo passaggio alla Biblioteca di Monaco. Da F dipendono, direttamente o no, tutti gli altri codici nei quali le due opere circolano unite, nonché l’editio princeps. Uno di essi (Firenze, Biblioteca Laurenziana, Ashburn. 59 = A, sec. X-XI; oggi mutilo della fine), nel quale le due opere furono invertite di posto, forse per restituire un corretto ordine cronologico o forse per dotare l’insieme di un incipit librario (l’Historia Ottonis non ha indicazione d’autore, né di titolo), pare l’anello di passaggio fra F e la forma in cui i due testi ebbero maggiore diffusione (δ; conservata in 7 manoscritti e nell’editio princeps), quella in cui esse vennero effettivamente lette fra il XVI e il XVIII secolo1; una forma interessata da numerose modifiche e migliorie soprattutto di carattere linguistico, diffusa e forse elaborata nella bassa Lotaringia. La dipendenza di δ da F, probabilmente attraverso il codice A, può essere dimostrata con sicurezza2, ma non era stata riconosciuta dal Becker, che, pur individuando in A un descriptus di F, riteneva δ indipendente, e utilizzava anche questo gruppo per la ricostruzione testuale. Sia Becker che Chiesa concordano infine nell’individuare altri due discendenti di F indipendenti da A, cioè i codici Bruxelles, Bibliothèque Royale 9904 (S; sec. XI) e Londra, British Library, Harley 3685 (Ha; sec. XVI). Se la tradizione dell’Historia Ottonis si lascia dunque integralmente ricondurre a un capostipite conservato, F – che resta perciò l’unico testimone ad avere effettivo interesse per la ricostruzione testuale – diverso è il caso dell’Antapodosis. Di quest’opera esistono infatti 8 testimoni indipendenti da F, tutti privi dell’Historia Ottonis e tutti in vario modo frammentari o incompleti: si tratta dei codici Metz, Bibliothèque Municipale 145 (M; escerti dei termini greci dell’Antapodosis, sec. X)3, Treviri, Stadtbibliothek 388/1152-2° (T; escerti dal libro I, sec. XI), Londra, British Library, Harley 2688 (H; privo di varie parti e mutilo della fine, sec. XII) e di un gruppo di manoscritti austriaci del XII-XIII secolo (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek 400 e 427; Zwettl, Stiftsbibliothek 299; Klosterneuburg, Stiftsbibliothek 741; Schlierbach, Stiftsbibliothek 27) riconducibili a un capostipite comune β, che si interrompeva a III,37. Questi manoscritti riportano una redazione dell’opera più antica di quella conservata in F, sulla quale Liutprando ritornò in seguito, apportando integrazioni e modifiche a più riprese: dapprima venne aggiunto un episodio (II, 6) e ne venne riscritto un altro (I, 41)4, quindi furono inseriti i sommari mancanti al I e al V libro, fu completato il testo del V libro e fu aggiunto tutto il VI, che è del resto molto breve ed evidentemente incompleto. Della redazione più recente F appare, come per l’Historia Ottonis, il capostipite dell’intera tradizione. L’edizione più recente (Chiesa) si basa sulla tesi che in F compaia la mano di Liutprando stesso, in veste di revisore del lavoro di scribi a lui sottoposti, o che comunque il manoscritto sia stato in mano all’autore e ne rappresenti la sua ultima volontà da noi raggiungibile5. Alla stesura iniziale del codice da parte dei primi copisti (F1) sarebbero seguite poi correzioni e aggiunte dell’autore, che avrebbero portato il testo nella condizione attuale (F2). A fondamento della tesi dell’autografia-idiografia, l’editore sottolinea che la tipologia delle correzioni è compatibile con interventi d’autore; che F appare, da un punto di vista codicologico, come un manoscritto ‘aperto’ e progressivamente modificato; che la storia antica di F induce a pensare che esso esca da ambiente vicinissimo all’autore; che la mano che ha vergato aggiunte e correzioni in F non è dissimile da quella che ha posto il titolo nel manoscritto D dell’Homelia, da Bischoff identificata con quella di Liutprando; e che nel complesso l’ipotesi che F sia un manoscritto d’autore appare più economica di quella contraria. L’autografia di Liutprando era stata ipotizzata del resto già da Georg Pertz, che aveva posto il codice a fondamento della sua edizione, la prima per i Monumenta Germaniae (1839); ma era stata in seguito respinta da Franz Köhler6 e poi dal Becker, che considerava il codice al rango di una copia. I due stemmata codicum di Becker e Chiesa sono (con qualche semplificazione ed escludendo M e T, difficili da collocare e del resto brevissimi) i seguenti7:stemma codicum Becker, 1908stemma codicum Chiesa, 1998 La tesi dell’autografia di Liutprando per il manoscritto F è stata accettata da diversi studiosi8, ma non da Gabriel Silagi9 e da Hartmut Hoffmann, che l’hanno contestata soprattutto per la parte paleografica della dimostrazione10. La questione dell’autografia, per quanto importante da altri punti di vista, è in realtà scarsamente significativa per quanto riguarda la ricostruzione testuale: da un lato il manoscritto F è testimone di gran lunga superiore a tutti gli altri (tale era considerato anche da Becker, che vi fondava di fatto la sua edizione), e d’altra parte l’apporto di β H non è comunque trascurabile, poiché permette di migliorare in vari punti il testo del manoscritto principale (ad esempio a IV, 34 solo questo ramo ha conservato una citazione terenziana). Il fatto che β H siano in alcuni punti superiore a F non crea ostacolo alla tesi dell’autografia, perché, come si è detto, questo ramo riporta una redazione anteriore dell’opera e non può in nessun caso discendere da F; le lezioni di F di qualità inferiore possono dunque spiegarsi come corruttele introdotte dai copisti di questo codice e sfuggite poi all’autore al momento della revisione del testo. L’omissione della citazione a IV,34 nasce appunto una sorta di salto da membro a membro; poiché il testo residuo è sintatticamente corretto, la corruttela è divenuta invisibile. La circolazione e la conoscenza dell’Antapodosis e dell’Historia Ottonis nel medioevo11 appare circoscritta a specifici ambiti geografici (Baviera, Basso Reno, Austria); in queste zone, tuttavia, le due opere furono abbastanza diffuse e vennero utilizzate da cronisti successivi. La ripresa più antica che si conosca è quella della Vita Gerardi Broniensis (sec. XI); seguono quelle di Sigeberto di Gembloux, di Frutolfo di Michelsberg, di Gregorio di Catino, di Rahewin, dell’anonimo autore dell’Opusculum de vitis Romanorum pontificum, di Alberico delle Tre Fontane. Il punto cruciale per la conservazione e la diffusione delle opere di Liutprando fu comunque la Frisinga del vescovo Abramo, contemporaneo e conoscente dell’autore; qui, oltre al codice unico dell’Homelia, vennero raccolti una copia dell’Historia Ottonis, da cui deriva l’intera tradizione di questo testo, e il manoscritto presunto d’autore dell’Antapodosis, archetipo della seconda redazione dell’opera.

Notes

  1. P. Chiesa, Un descriptus smascherato. Sulla posizione stemmatica della ‘Vulgata’ di Liutprando, «Filologia Mediolatina» 1 (1994), pp. 81-110.
  2. Ci sentiamo di confermare questa opinione nonostante le osservazioni contrarie di H. Hoffmann, Autographa des früheren Mittelalters, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters» 57 (2001), pp. 1-62, alle pp. 49-54. Le osservazioni di Hoffmann, in realtà, non prendono in considerazione gli elementi a favore della nostra ipotesi (esposti nel contributo citato alla nota precedente alle pp. 94-101) e si limitano a segnalare alcune lezioni – per altro di discutibile significato – per le quali si ritiene improbabile una discendenza di δ da F. A nostro parere, la cosa invece può dirsi provata al di là di ogni dubbio.
  3. Il manoscritto è oggi distrutto, ma se ne hanno trascrizioni e riproduzioni fotografiche.
  4. P. Chiesa, Testi provvisori, varianti d’autore, copie individuali. Il caso dell’Antapodosis di Liutprando, in La critica dei testi mediolatini, Spoleto 1994, pp. 323-337.
  5. P. Chiesa, Liutprando di Cremona e il codice di Frisinga 6388, Turnhout 1994 (Autographa medii aevi 1).
  6. Beiträge zur Textkritik Liudprands von Cremona, «Neues Archiv der Gesellschaft fü ältere deutsche Geschichtskunde» 8 (1883), pp. 47-89.
  7. Nelle tavole I e IV dell’edizione Chiesa del CCCM i due stemmi sono stati invertiti per un errore di impaginazione; le sigle sono state uniformate a quelle dell’edizione più recente. Cfr. Liudprandi Cremonensis Opera omnia, Turnhout 1998 (CCCM 156) e J. Becker, Textgeschichte Liudprands von Cremona, München 1908 (Quellen und Untersuchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters III, 2).
  8. In particolare da L.G.G. Ricci, Problemi sintattici nelle opere di Liuprando di Cremona, Spoleto 1996, pp. 4-5. Fra le recensioni accolgono sostanzialmente l’ipotesi dell’autografia quelle di M. Cortesi («Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken» 75, 1995, p. 69), J.W. Halporn («Speculum» 70, 1995, pp. 891-892), E. Manning («Scriptorium» 49, 1995, p. 57*), P. Supino Martini («Scrittura e civiltà» 22, 1998, p. 466), V. Sivo («Quaderni medievali» 43, 1997, pp. 215-216). Sospendono il giudizio L. Wankenne («Revue Bénédictine» 105, 1995, p. 446) e C.M. Mazzucchi («Aevum»74, 2000, pp. 606-608). Non esprime un’opinione particolare sulla questione neppure M.M. Tischler («Byzantinische Zeitschrift» 93, 2000, pp. 191-195), che pure formula giudizi critici sull’analisi codicologica di alcuni testimoni minori.
  9. Nella recensione apparsa in «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters» 56 (1996), p. 709. Silagi si limita a citare l’aspetto paleografico della questione, sul quale la nostra ipotesi non lo convince; non si fa cenno alcuno agli altri elementi della dimostrazione.
  10. Hoffmann, Autographa des früheren Mittelalters cit., pp. 49-57. Anche in questo caso, come in quello della contestazione di Hoffmann alla tesi della derivazione di δ da F (cfr. nota 2) e in quello della recensione di Silagi citata alla nota precedente, le osservazioni dello studioso avrebbero avuto maggior valore se, invece di sottolineare soltanto gli ostacoli all’ipotesi dell’autografia-idiografia, avessero discusso – o almeno citato – gli elementi a suo favore (per esempio, la singolare conformazione di F, ed in particolare del suo ultimo fascicolo; gli elementi legati alla storia della tradizione, con la raccolta a Frisinga delle opere liutprandee in epoca ancora contemporanea all’autore; le caratteristiche e la tipologia delle correzioni di F2). La prova sicura dell’autografia non c’è, del che eravamo ben consapevoli, come del fatto che, per codici di quest’epoca, è spesso illusorio cercarla (Chiesa, Liutprando di Cremona e il codice di Frisinga 6388 cit., p. 78); ma l’ipotesi che il codice Frisingense non sia mai stato nelle mani dell’autore, solo apparentemente più prudente, costringerebbe invece a elaborare spiegazioni complesse e poco verosimili per una vasta serie di fatti, testuali e non, connessi con l’elaborazione di questo codice. Ma su questo, dato che ve n’è occasione e che si tratta di argomento interessante anche sul piano del metodo, ci proponiamo di tornare più diffusamente in altra sede.
  11. Per la quale si rimanda a P. Chiesa, Per una storia del testo delle opere di Liutprando di Cremona nel medioevo, «Filologia Mediolatina» 2 (1995), pp. 165-191.
 

volume 1 anno 2004 pp. 269-74 / Chiesa, Paolo

versione digitale dell'Historia Ottonis ideazione Lucia Castaldi elaborazione Luisa Fizzarotti informatizzazione Matteo Salvestrini acquisizione fondi di Lucia Castaldi SISMEL Firenze direzione del progetto Lucia Castaldi supervisione Lucia Castaldi impostazione metodologica Lucia Castaldi Luisa Fizzarotti visualizzazione Matteo Salvestrini Università degli Studi di Udine SISMEL. Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino Saggio pp. 269-74 SISMEL Paolo Chiesa SISMEL. Edizioni del Galluzzo Firenze 2004 archetypum x (redazione I) antecedente di β e H β https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-2688-manuscript/8640London, British Library, Harley 2688 redazione più recente https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388 https://www.mirabileweb.it/manuscript/bruxelles-kbr-(olim-bibliothèque-royale-albert-ier-manuscript/135725Bruxelles, KBR (olim Bibliothèque Royale «Albert Ier») 9904 (3094) https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-ashburnham--manuscript/9651Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnham 59 https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-3685-manuscript/4441London, British Library, Harley 3685 forma in cui Antapodosis e Historia Ottonis ebbero maggiore diffusione, conservata in 7 manoscritti e nell’editio princeps archetypum antecedente di β e H β https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-2688-manuscript/8640London, British Library, Harley 2688 redazione più recente https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388, con correzioni dei primi copisti https://www.mirabileweb.it/manuscript/münchen-bayerische-staatsbibliothek-clm-6388-manuscript/9650München, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388, con correzioni e aggiunte dell'autore https://www.mirabileweb.it/manuscript/bruxelles-kbr-(olim-bibliothèque-royale-albert-ier-manuscript/135725Bruxelles, KBR (olim Bibliothèque Royale «Albert Ier») 9904 (3094) https://www.mirabileweb.it/manuscript/firenze-biblioteca-medicea-laurenziana-ashburnham--manuscript/9651Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Ashburnham 59 forma in cui Antapodosis e Historia Ottonis ebbero maggior diffusione, conservata in 7 manoscritti e nell'editio princeps https://www.mirabileweb.it/manuscript/london-british-library-harley-3685-manuscript/4441London, British Library, Harley 3685 HISTORIA OTTONIS1 Paolo Chiesa Dell’Historia Ottonis si conoscono 9 manoscritti dal X al XVI secolo, tutti comprendenti anche l’Antapodosis; della sola Antapodosis, inoltre, esistono altri 7 manoscritti e tre fra escerti e frammenti. Le due opere sono unite anche nell’editio princeps (di Jean Petit, Parigi 1514) e in tutte le edizioni successive. L’unione fisica fra le due opere sembra essere avvenuta nel più antico dei testimoni conservati, il manoscritto Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6388 (F; sec. X). Questo codice comprendeva in origine la sola Antapodosis, trascritta da un gruppo di copisti italiani e riveduta, con correzioni e integrazioni anche ampie e profonde, da un supervisore che si direbbe anch’esso italiano. A questo manoscritto originario venne aggiunta all’inizio, questa volta da mano tedesca, l’Historia Ottonis, utilizzando alcuni fogli indipendenti, ma anche la prima pagina del codice dell’Antapodosis, che era stata lasciata in bianco come guardia o frontespizio; l’operazione avvenne materialmente nella seconda metà del X sec. a Frisinga, perché la mano che ha copiato l’Historia Ottonis ricompare in altri codici esemplati in questo centro all’epoca del vescovo Abramo; a Frisinga risulta poi essere sempre stato conservato il codice fino al suo passaggio alla Biblioteca di Monaco. Da F dipendono, direttamente o no, tutti gli altri codici nei quali le due opere circolano unite, nonché l’editio princeps. Uno di essi (Firenze, Biblioteca Laurenziana, Ashburn. 59 = A, sec. X-XI; oggi mutilo della fine), nel quale le due opere furono invertite di posto, forse per restituire un corretto ordine cronologico o forse per dotare l’insieme di un incipit librario (l’Historia Ottonis non ha indicazione d’autore, né di titolo), pare l’anello di passaggio fra F e la forma in cui i due testi ebbero maggiore diffusione (δ; conservata in 7 manoscritti e nell’editio princeps), quella in cui esse vennero effettivamente lette fra il XVI e il XVIII secolo2; una forma interessata da numerose modifiche e migliorie soprattutto di carattere linguistico, diffusa e forse elaborata nella bassa Lotaringia. La dipendenza di δ da F, probabilmente attraverso il codice A, può essere dimostrata con sicurezza3, ma non era stata riconosciuta dal Becker, che, pur individuando in A un descriptus di F, riteneva δ indipendente, e utilizzava anche questo gruppo per la ricostruzione testuale. Sia Becker che Chiesa concordano infine nell’individuare altri due discendenti di F indipendenti da A, cioè i codici Bruxelles, Bibliothèque Royale 9904 (S; sec. XI) e Londra, British Library, Harley 3685 (Ha; sec. XVI). Se la tradizione dell’Historia Ottonis si lascia dunque integralmente ricondurre a un capostipite conservato, F – che resta perciò l’unico testimone ad avere effettivo interesse per la ricostruzione testuale – diverso è il caso dell’Antapodosis. Di quest’opera esistono infatti 8 testimoni indipendenti da F, tutti privi dell’Historia Ottonis e tutti in vario modo frammentari o incompleti: si tratta dei codici Metz, Bibliothèque Municipale 145 (M; escerti dei termini greci dell’Antapodosis, sec. X)4, Treviri, Stadtbibliothek 388/1152-2° (T; escerti dal libro I, sec. XI), Londra, British Library, Harley 2688 (H; privo di varie parti e mutilo della fine, sec. XII) e di un gruppo di manoscritti austriaci del XII-XIII secolo (Vienna, Österreichische Nationalbibliothek 400 e 427; Zwettl, Stiftsbibliothek 299; Klosterneuburg, Stiftsbibliothek 741; Schlierbach, Stiftsbibliothek 27) riconducibili a un capostipite comune β, che si interrompeva a III,37. Questi manoscritti riportano una redazione dell’opera più antica di quella conservata in F, sulla quale Liutprando ritornò in seguito, apportando integrazioni e modifiche a più riprese: dapprima venne aggiunto un episodio (II, 6) e ne venne riscritto un altro (I, 41)5, quindi furono inseriti i sommari mancanti al I e al V libro, fu completato il testo del V libro e fu aggiunto tutto il VI, che è del resto molto breve ed evidentemente incompleto. Della redazione più recente F appare, come per l’Historia Ottonis, il capostipite dell’intera tradizione. L’edizione più recente (Chiesa) si basa sulla tesi che in F compaia la mano di Liutprando stesso, in veste di revisore del lavoro di scribi a lui sottoposti, o che comunque il manoscritto sia stato in mano all’autore e ne rappresenti la sua ultima volontà da noi raggiungibile6. Alla stesura iniziale del codice da parte dei primi copisti (F1) sarebbero seguite poi correzioni e aggiunte dell’autore, che avrebbero portato il testo nella condizione attuale (F2). A fondamento della tesi dell’autografia-idiografia, l’editore sottolinea che la tipologia delle correzioni è compatibile con interventi d’autore; che F appare, da un punto di vista codicologico, come un manoscritto ‘aperto’ e progressivamente modificato; che la storia antica di F induce a pensare che esso esca da ambiente vicinissimo all’autore; che la mano che ha vergato aggiunte e correzioni in F non è dissimile da quella che ha posto il titolo nel manoscritto D dell’Homelia, da Bischoff identificata con quella di Liutprando; e che nel complesso l’ipotesi che F sia un manoscritto d’autore appare più economica di quella contraria. L’autografia di Liutprando era stata ipotizzata del resto già da Georg Pertz, che aveva posto il codice a fondamento della sua edizione, la prima per i Monumenta Germaniae (1839); ma era stata in seguito respinta da Franz Köhler7 e poi dal Becker, che considerava il codice al rango di una copia. I due stemmata codicum di Becker e Chiesa sono (con qualche semplificazione ed escludendo M e T, difficili da collocare e del resto brevissimi) i seguenti8:stemma codicum Becker, 1908stemma codicum Chiesa, 1998 La tesi dell’autografia di Liutprando per il manoscritto F è stata accettata da diversi studiosi9, ma non da Gabriel Silagi10 e da Hartmut Hoffmann, che l’hanno contestata soprattutto per la parte paleografica della dimostrazione11. La questione dell’autografia, per quanto importante da altri punti di vista, è in realtà scarsamente significativa per quanto riguarda la ricostruzione testuale: da un lato il manoscritto F è testimone di gran lunga superiore a tutti gli altri (tale era considerato anche da Becker, che vi fondava di fatto la sua edizione), e d’altra parte l’apporto di β H non è comunque trascurabile, poiché permette di migliorare in vari punti il testo del manoscritto principale (ad esempio a IV, 34 solo questo ramo ha conservato una citazione terenziana). Il fatto che β H siano in alcuni punti superiore a F non crea ostacolo alla tesi dell’autografia, perché, come si è detto, questo ramo riporta una redazione anteriore dell’opera e non può in nessun caso discendere da F; le lezioni di F di qualità inferiore possono dunque spiegarsi come corruttele introdotte dai copisti di questo codice e sfuggite poi all’autore al momento della revisione del testo. L’omissione della citazione a IV,34 nasce appunto una sorta di salto da membro a membro; poiché il testo residuo è sintatticamente corretto, la corruttela è divenuta invisibile. La circolazione e la conoscenza dell’Antapodosis e dell’Historia Ottonis nel medioevo12 appare circoscritta a specifici ambiti geografici (Baviera, Basso Reno, Austria); in queste zone, tuttavia, le due opere furono abbastanza diffuse e vennero utilizzate da cronisti successivi. La ripresa più antica che si conosca è quella della Vita Gerardi Broniensis (sec. XI); seguono quelle di Sigeberto di Gembloux, di Frutolfo di Michelsberg, di Gregorio di Catino, di Rahewin, dell’anonimo autore dell’Opusculum de vitis Romanorum pontificum, di Alberico delle Tre Fontane. Il punto cruciale per la conservazione e la diffusione delle opere di Liutprando fu comunque la Frisinga del vescovo Abramo, contemporaneo e conoscente dell’autore; qui, oltre al codice unico dell’Homelia, vennero raccolti una copia dell’Historia Ottonis, da cui deriva l’intera tradizione di questo testo, e il manoscritto presunto d’autore dell’Antapodosis, archetipo della seconda redazione dell’opera.

Notes

  1. Cfr. il testo completo sulla Mirabile Digital Library.
  2. P. Chiesa, Un descriptus smascherato. Sulla posizione stemmatica della ‘Vulgata’ di Liutprando, «Filologia Mediolatina» 1 (1994), pp. 81-110.
  3. Ci sentiamo di confermare questa opinione nonostante le osservazioni contrarie di H. Hoffmann, Autographa des früheren Mittelalters, «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters» 57 (2001), pp. 1-62, alle pp. 49-54. Le osservazioni di Hoffmann, in realtà, non prendono in considerazione gli elementi a favore della nostra ipotesi (esposti nel contributo citato alla nota precedente alle pp. 94-101) e si limitano a segnalare alcune lezioni – per altro di discutibile significato – per le quali si ritiene improbabile una discendenza di δ da F. A nostro parere, la cosa invece può dirsi provata al di là di ogni dubbio.
  4. Il manoscritto è oggi distrutto, ma se ne hanno trascrizioni e riproduzioni fotografiche.
  5. P. Chiesa, Testi provvisori, varianti d’autore, copie individuali. Il caso dell’Antapodosis di Liutprando, in La critica dei testi mediolatini, Spoleto 1994, pp. 323-337.
  6. P. Chiesa, Liutprando di Cremona e il codice di Frisinga 6388, Turnhout 1994 (Autographa medii aevi 1).
  7. Beiträge zur Textkritik Liudprands von Cremona, «Neues Archiv der Gesellschaft fü ältere deutsche Geschichtskunde» 8 (1883), pp. 47-89.
  8. Nelle tavole I e IV dell’edizione Chiesa del CCCM i due stemmi sono stati invertiti per un errore di impaginazione; le sigle sono state uniformate a quelle dell’edizione più recente. Cfr. Liudprandi Cremonensis Opera omnia, Turnhout 1998 (CCCM 156) e J. Becker, Textgeschichte Liudprands von Cremona, München 1908 (Quellen und Untersuchungen zur lateinischen Philologie des Mittelalters III, 2).
  9. In particolare da L.G.G. Ricci, Problemi sintattici nelle opere di Liuprando di Cremona, Spoleto 1996, pp. 4-5. Fra le recensioni accolgono sostanzialmente l’ipotesi dell’autografia quelle di M. Cortesi («Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken» 75, 1995, p. 69), J.W. Halporn («Speculum» 70, 1995, pp. 891-892), E. Manning («Scriptorium» 49, 1995, p. 57*), P. Supino Martini («Scrittura e civiltà» 22, 1998, p. 466), V. Sivo («Quaderni medievali» 43, 1997, pp. 215-216). Sospendono il giudizio L. Wankenne («Revue Bénédictine» 105, 1995, p. 446) e C.M. Mazzucchi («Aevum»74, 2000, pp. 606-608). Non esprime un’opinione particolare sulla questione neppure M.M. Tischler («Byzantinische Zeitschrift» 93, 2000, pp. 191-195), che pure formula giudizi critici sull’analisi codicologica di alcuni testimoni minori.
  10. Nella recensione apparsa in «Deutsches Archiv für Erforschung des Mittelalters» 56 (1996), p. 709. Silagi si limita a citare l’aspetto paleografico della questione, sul quale la nostra ipotesi non lo convince; non si fa cenno alcuno agli altri elementi della dimostrazione.
  11. Hoffmann, Autographa des früheren Mittelalters cit., pp. 49-57. Anche in questo caso, come in quello della contestazione di Hoffmann alla tesi della derivazione di δ da F (cfr. nota 2) e in quello della recensione di Silagi citata alla nota precedente, le osservazioni dello studioso avrebbero avuto maggior valore se, invece di sottolineare soltanto gli ostacoli all’ipotesi dell’autografia-idiografia, avessero discusso – o almeno citato – gli elementi a suo favore (per esempio, la singolare conformazione di F, ed in particolare del suo ultimo fascicolo; gli elementi legati alla storia della tradizione, con la raccolta a Frisinga delle opere liutprandee in epoca ancora contemporanea all’autore; le caratteristiche e la tipologia delle correzioni di F2). La prova sicura dell’autografia non c’è, del che eravamo ben consapevoli, come del fatto che, per codici di quest’epoca, è spesso illusorio cercarla (Chiesa, Liutprando di Cremona e il codice di Frisinga 6388 cit., p. 78); ma l’ipotesi che il codice Frisingense non sia mai stato nelle mani dell’autore, solo apparentemente più prudente, costringerebbe invece a elaborare spiegazioni complesse e poco verosimili per una vasta serie di fatti, testuali e non, connessi con l’elaborazione di questo codice. Ma su questo, dato che ve n’è occasione e che si tratta di argomento interessante anche sul piano del metodo, ci proponiamo di tornare più diffusamente in altra sede.
  12. Per la quale si rimanda a P. Chiesa, Per una storia del testo delle opere di Liutprando di Cremona nel medioevo, «Filologia Mediolatina» 2 (1995), pp. 165-191.
 

volume 1 anno 2004 pp. 268-9 / Chiesa, Paolo

versione digitale di HOMELIA PASCHALIS ideazione Lucia Castaldi elaborazione Luisa Fizzarotti informatizzazione Matteo Salvestrini acquisizione fondi di Lucia Castaldi SISMEL Firenze direzione del progetto Lucia Castaldi supervisione Lucia Castaldi impostazione metodologica Lucia Castaldi Luisa Fizzarotti visualizzazione Matteo Salvestrini Università degli Studi di Udine SISMEL. Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino Saggio pp. 268-9 SISMEL Chiesa, Paolo SISMEL. Edizioni del Galluzzo Firenze 2004 Information about the source HOMELIA PASCHALIS Paolo Chiesa L’unico testimone conosciuto dell’opera è il codice Monaco, Bayerische Staatsbibliothek, Clm 6426 (D), un’importante raccolta pastorale fatta esemplare nella seconda metà del X s. dal vescovo di Frisinga, Abramo. All’interno del codice, l’Homelia di Liutprando è preceduta da un titolo in greco (Ομιλεῖα τοῦ λιουτζιου ιταλικοῦ διάκόνου) e occupa due fascicoli indipendenti, di provenienza autonoma, che secondo Bischoff presenterebbero una piegatura trasversale, indizio di una loro spedizione da altra località1; il secondo fascicolo, in origine solo parzialmente occupato dal testo, venne poi completato, ancora all’epoca di Abramo, con altro materiale da un copista di Frisinga. Bischoff sostenne che i due fascicoli dell’Homelia fossero stati esemplati sotto la supervisione di Liutprando stesso, che avrebbe aggiunto il titolo in greco e avrebbe apportato piccole correzioni. Tale ipotesi non trova ostacoli nelle emergenze testuali2: il dettato del codice di Frisinga appare particolarmente corretto, e le piccole modifiche di seconda mano sono del tutto compatibili con interventi d’autore. L’edizione Bischoff riproduce fedelmente il codice, con piccoli errori che sono stati corretti nell’edizione Chiesa; in quest’ultima è stata aggiunta anche una divisione in paragrafi assente nel manoscritto. Non vi sono segnali di circolazione dell’Homelia al di fuori di Frisinga; una ripresa dell’opera si ha in un’altra breve omelia, che precede immediatamente nel codice D quella di Liutprando e che sarà da attribuire a un chierico della cattedrale bavarese, se non allo stesso vescovo Abramo3.

Notes

  1. B. Bischoff, Über gefaltete Handschriften, vornehmlich hagiographischen Inhalts, «Bullettino dell’Archivio Paleografico Italiano» N.S. 2-3, (1956-1957), parte I, pp. 93-100 (poi in Id., Mittelalterliche Studien I, Stuttgart 1966, pp. 93-100).
  2. Gilmo Arnaldi fa però ora notare che la qualifica di diaconus con cui Liutprando si designa nel titolo contrasta con la persona di vescovo che (in relazione alla parte finale dell’Homelia) sembra avere scritto l’opera.
  3. La scoperta si deve a Benedetta Valtorta; cfr. P. Chiesa, Per una storia del testo delle opere di Liutprando di Cremona nel medioevo, «Filologia Mediolatina» 2 (1995), pp. 165-191 (qui in particolare p. 174, n. 33).
 

volume 1 anno 2004 pp. 274-5 / Chiesa, Paolo

versione digitale di Relatio de legatione Constantinopolitana ideazione Lucia Castaldi elaborazione Luisa Fizzarotti informatizzazione Matteo Salvestrini acquisizione fondi di Lucia Castaldi SISMEL Firenze direzione del progetto Lucia Castaldi supervisione Lucia Castaldi impostazione metodologica Lucia Castaldi Luisa Fizzarotti visualizzazione Matteo Salvestrini Università degli Studi di Udine SISMEL. Società Internazionale per lo studio del Medioevo Latino Saggio pp. 274-5 SISMEL Chiesa, Paolo SISMEL. Edizioni del Galluzzo Firenze 2004 Information about the source RELATIO DE LEGATIONE CONSTANTINOPOLITANA Paolo Chiesa Dell’opera di Liutprando era conservato alla fine del Cinquecento un esemplare nella biblioteca della cattedrale di Treviri, dove venne scoperto da Kristoffel Brouwer (Christoph Brower). Questi approntò una trascrizione del manoscritto (da lui definito codex pervetustus); attraverso Marcus Welser, questo apografo (o uno ulteriore da esso derivato) giunse a Enrico Canisio, che diede il testo alle stampe a Ingolstadt nel 16001 In seguito del codice di Treviri si sono perse le tracce, come della quasi totalità dei volumi della biblioteca dove si trovava, né si hanno notizie della trascrizione di Brower; sicché l’editio princeps (C) è oggi testimone unico dell’opera. Alla ricostruzione testuale non apportano contributi di rilievo tre brevi estratti dei capp. 4, 5 e 12 che il Brower inserì nelle Antiquitates Trevirenses2e nella prefazione alla sua edizione di Venanzio Fortunato3 tuttavia tali estratti, che almeno nel secondo caso non sembrano dipendere dall’edizione del Canisio, possono almeno costituire una conferma indiretta della fedeltà mantenuta dal primo editore nei confronti del suo antigrafo, e quindi un indizio presuntivo di buona qualità del testo pubblicato dall’editio princeps; del resto, anche in altre sue edizioni meglio controllabili il Canisio si dimostra fedele al testo del modello4.

Notes

  1. Chronicon Victoris episcopi Tunnensis, Chronicon Joannis Biclarensis episcopi Gerundensis, Legatio Liutprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam... Synodus Bavarica, edita studio et opera Heinrici Canisii, Ingolstadii 1600.
  2. C. Brower - J. Masen, Antiquitatum et annalium Trevirensium libri XXV, Leodii 1671, IX, pp. 132, 136, 137.
  3. Venantii Honorii Clementiani Fortunati... Carminum epistolarum et expositionum libri XI, Moguntiae 1603, pp. 154-155 del commento.
  4. Ed. Chiesa, p. LXXXVIII.

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